Cibo e coppia

Benessere di coppia e Cibo. Quando la cucina non è solo nutrimento

Come possiamo prenderci cura della nostra relazione, del nostro partner e di noi, se non con un bel piatto?

Una gustosa prelibatezza di famiglia o di nostra invenzione. Oppure, con romanticismo e dedizione, preparando il piatto d’infanzia o il piatto preferito del nostro partner.

In ogni caso, comunque, l’attenzione e la cura dei dettagli, renderanno il “semplice” atto culinario, uno strumento di incontro. Un vero e proprio spazio e momento di scambio.

Ma vediamo meglio di cosa stiamo parlando.

Ovviamente non stiamo qua a parlare di preparazioni e presentazioni da masterchef.

Ma mi riferisco a cose molto più basic.

Certo, se siamo appassionati di cucina o degli studiosi in materia il gioco è facile. Si complica, più che altro, per chi non è nemmeno in grado di preparare della scottissima pasta con olio a crudo.

E in difesa di questa seconda categoria, essere appassionati di cucina non vuol dire “saper cucinare”.

Della serie: presentazioni bellissime e palati in fuga.

Detto ciò, ricordiamo che in una relazione, se sufficientemente funzionale, tutto è possibile.

Anzi, delle padelle bruciate, piatti salatissimi o dolci stucchevoli, ci si fa anche una risata.

Ma cosa centra il cibo con il benessere di coppia?

La preparazione, la scelta degli ingredienti, l’attesa di un feedback, e così via, diventano parte integrante di un momento di connessione.

Una connessione tra parti soggettive, narcisistiche (sane, e non come quel “narcisismo” ormai spopolato sui social), identitarie dei presenti.

In pratica diventa un gioco.

La ricerca di stupore, di compiacimento, di soddisfazione e approvazione. Tutto diventa parte integrante di una dinamica relazionale basata su conoscenza, affetto, scoperta e sorpresa.

Un gioco senza regole.

Abbandoniamo imposizioni culturali, di genere, di ozio o di “incapacità”.

Tutti e tutte, sotto sotto, siamo in grado di fare qualcosa.

Anche tagliare una mela, “cafuddarci” sopra zucchero di canna e cannella, e offrirla con una descrizione da piatto stellato. Dall’immagine nella nostra mente, all’organizzazione e scelta degli ingredienti. Tutto si può trasformare in una seduzione. In una danza.

Ma non solo.

Il discorso è molto ampio e complesso.

Quando si cucina (o ci si improvvisa) per noi, lo si fa per nutrirsi, per ricaricare le energie spese, per consolarsi o premiarsi.

Non è qualcosa che facciamo solo se abbiamo fame. Lo facciamo per noia, tristezza, ansia, felicità. Oppure per premio o per consolazione.

Ce lo meritiamo. Sempre e comunque.

Anche il desiderare ardentemente una pizza e passeggiare fino alla pizzeria di fiducia. Leggere il menù e, comunque, ordinare la solita.

Quelle attenzioni che ci rivolgiamo sono una forma di cura.

Ecco, quando queste attenzioni le rivolgiamo verso l’esterno mettiamo in moto un complesso meccanismo. Una macchina piena di ingranaggi che vanno oliati e monitorati costantemente.

Un mezzo attraverso il quale viviamo una sorta di viaggio astrale dentro e fuori il nostro corpo.

Oscilliamo tra ciò che sentiamo dentro e ciò che ci circonda. Dubbi, paure, incertezze. Cerchiamo una risposta a tutto questo: “sarà piaciuto?”; “forse è scotto”; “chissà se anche lei lo sente così piccante”.

Rendo l’idea?

La distanza, tra i due, si fa elastica, flessibile e morbida.
Nell’atto di “nutrire”, non facciamo altro che avvicinarci emotivamente all’altro. Ci leghiamo e dichiariamo il nostro interesse all’altro.

Il cibo diventa legante strutturale dello scambio affettivo e della socializzazione.
Si trasforma da “semplice” nutrimento a rappresentate di pura e genuina coesione e condivisione di esperienze affettive.

Attraverso l’atto di cucinare, e le sue molteplici forme, si esprime un proprio essere in relazione.
La seduzione, la cura, il mantenimento, e tanto altro, passano da qui.

Come nella relazione tra Genitore e Figli, il rapporto con il cibo definisce i termini di un appetito che non si limitano esclusivamente alla fame, ma che riguardano anche aspetti ben più profondi. Quelli della vita affettiva e intima.

Il tutto diventa un terreno delicato e di conforto e confronto. Di regole co-costruite e co-condotte.

Così, anche nella relazione di coppia.

Proprio all’interno di questo spazio, se abbastanza attenti e curiosi, ci si addentra in uno scambio affettivo. Ne vengono soddisfatti i bisogni, i desideri. Le richieste vengono riconosciute, mentalizzate, concretizzate.

Attraverso il cibo si scandiscono e fondono riti familiari, aspettative, fantasie.

Nasce una connessione. Nasce un dialogo intersoggettivo, intergenerazionale e culturale.  L’esperienza intima e relazionale, affettiva e di scoperta si trasforma in un gioco di ricordi, odori e sapori. Di esplorazione.

Ma perchè si parla di “coppia e Cibo”?

Abbiamo visto, fino ad ora, che attraverso l’atto nutritivo creiamo una connessione e uno scambio tra ciò che è la nostra storia, la nostra identità e il nostro sistema di valori.

Ci si ritrova, in pratica, in un gioco in cui l’obiettivo principale è conquistare quante più posizioni: Nutrire, curare, sedurre, conoscere e farsi conoscere.

Ma, come abbiamo detto prima, nell’entrare in connessione con l’altro attraverso la cucina, si mette in moto un complesso meccanismo.


Proprio qui, nell’atto nutritivo e della sua preparazione, lo stato dell’umore nostro e dell’altra persona viene influenzato.

Le aspettative, i desideri, la propria soggettività e la propria storia, entrano in gioco.

Entrano in gioco e si intrecciano con le aspettative, i desideri, la soggettività e la storia dell’altra persona.

Un casino!

Mai che si può mangiare in pace.

Infatti qui, il sentirsi riconosciuti, visti e desiderati produce effetti a cascata sulla qualità della vita, sul benessere psico-neuro-immunologico e, di conseguenza, sulla coppia e sul nostro benessere individuale al suo interno.

Se ci pensate bene, la cucina di per sè ha effetti benefici su tutte le persone.

Non è solo condivisione. Ma anche crescita.

Tanto all’inizio, quanto nel corso della vita di coppia, il cucinare, il procurarsi gli ingredienti, lo scegliere il menù e il consumarlo diventa uno strumento, un rito.

Diventa, oltre che un gesto di cura e nutrimento, anche e un appuntamento con noi stessi e l’altro.

Uno spazio in cui poter riassestare la confusione del quotidiano. Diventa un modo per condividere una parte di noi e, contemporaneamente, conoscere l’altro, la sua storia. Entrare in sintonia.

Ramoscello d’ulivo o abile distrazione?


L’atto nutritivo e culinario, abbiamo visto, è un contenitore di significati. Si presta a curiose e stimolanti letture e utilizzi.

Da nutrimento e soddisfazione diventa incontro e scambio. Ma si può anche trasformare anche in una zona franca in cui dialogare, o non dialogare.
Diventa un ramoscello d’ulivo e camera di decompressione. In pratica attorno ad esso andremo a creare uno spazio in cui poter cerare continuità affettiva e una presenza nel pieno conflitto. In prativa una dimensione in cui, nel corso di una lite, possiamo mostrare che, nonostante il conflitto continuiamo ad esserci.

Si, anche durante il conflitto.

Non so se lo avete mai visto, mi viene in mente “Sapori e Dissapori. Un film con due super attori come: Catherine Zeta Jones e Aaron Eckhart.

Mi vengono in mente le dinamiche che intercorrono tra Kate e Nick, i protagonisti. Il loro quotidiano. Gli attriti e le riparazioni. I tentativi di distanziamento e di avvicinamento.

(Se non avete mai visto il film vi consiglio di metterlo nella vostra lista).

Anche nella più tremenda delle discussioni, soprattutto se sufficientemente complici-amici, i partner possono adottare, attraverso la cucina, un momento di tregua. Un periodo in cui guardarsi al di là dell’attrito.

Ovviamente nulla di risolutivo.

Ma uno spazio in cui prendersi cinque minuti per rallentare la respirazione e il battito cardiaco. Per assaporare il silenzio. Un momento per dire “Ci sono, e ci siamo, nonostante tutto!”.

Piccola osservazione: il fatto che si stia litigando non vuol dire che il mondo smetta di esistere. Compiere un gesto nutritivo e di cura permette di evidenziare che la lite è solo una piccola fetta della relazione di coppia.

Mi spiego meglio.

Ipotizziamo che state litigando animatamente.

Proviamo ad immaginare che, nel bel mezzo di questa furiosa lite a uno dei due venga voglia di biscotti. Oppure ipotizziamo che il tutto stia avvenendo all’ora del vostro tè di rito (importante avere dei riti – ma questa è un’altra storia).

Ecco. In questo caso, offrire un biscotto, preparare un caffè o un tè anche al partner, diventa sinonimo di completezza.

Ciò che si trasmette suona come un:

Tu per me vali più di quello che stiamo dicendo

Inoltre, consumare questo momento insieme, non solo è un vero e proprio break, ma se ne migliora anche l’autostima, il senso di efficacia e continuità.

Nell’accettare il risultato dell’atto nutritivo (ad esempio un piattino con dei biscotti e un tè) ciò che si dice all’altro è:

So che non siamo d’accordo ma accetto questo momento di pausa con te. Perché sei più di questa discussione”

Ora, ovviamente ci sono situazioni e situazioni.

Ma se i partner in questione sono sufficientemente complici e amici, sapranno sfruttare al meglio questi strumenti.

Se ti è piaciuto condividi

Sfoglia altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *